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Noi, stranieri in patria - I figli dei migranti che vogliono essere italiani

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Stranieri_in_Patriadi Mario Lancisi

Parlano pratese o livornese, ma i loro genitori vengono dall'Albania, dal Senagal, dal Perù o dal Marocco. Sono i nuovi toscani. Figli di immigrati nati nelle nostre contrade o qui approdati da piccoli, al seguito dei loro genitori in cerca di un lavoro. Sono gli immigrati di seconda generazione. L'Anolf (Associazione nazionale «Oltre le frontiere»), promossa dalla Cisl, ha dato vita ad un Coordinamento giovani di seconda generazione poi divenuta Associazione, che conta in Italia già oltre 15mila iscritti.

«Questi giovani, nati o cresciuti in Italia, vanno a scuola con i nostri figli, parlano italiano con le nostre inflessioni dialettali e spesso non conoscono neppure il paese da cui provengono i loro genitori. Nella maggior parte dei casi si sentono a tutti gli effetti italiani, ma per la nostra legge sono stranieri, perché figli di stranieri. E vivono nell'i ncertezza, legati a un permesso di soggiorno e in bilico tra questure e uffici immigrazione», dice Cora Prussi, presidente di Anolf toscana.

Il Tirreno ha deciso di raccontare gli umori, i problemi e i sogni di dieci giovani immigrati nati in Toscana o qui approdati da piccoli (oltre 43mila in tutta la regione). Un filo rosso lega molte queste storie: il sentirsi giovani toscani, la battaglia per avere una cittadinanza italiana. E non essere invece i Senza Patria. C'è chi come Yolanda Albarado, «si sente peruviana nel sangue, ma anche italiana» e sogna di formare una famiglia toscana. Mohamed Fall ha 18 anni e un foglio che attesta la sua cittadinanza, ma nel cuore non dimentica suoni e radici del Senegal. Kalid Ezzouhri, 24 anni, originario del Marocco: la mancanza della cittadinanza italiana gli ha impedito di trovare lavoro. E Junyi Bai, 30 anni, presidente di Associna di Prato, pensa che «le seconde generazioni possono fare da collante fra italiani e migranti"

Straniera a casa propria.

 Ha suscitato scalpore e commozione la storia di Xu Zhanxing, cinese di Follonica che questa estate, dopo otto anni di lotta per avere la cittadinanza, ha preso carta e penna e con «le lacrime agli occhi» ha scritto al questore. Una lettera sfogo di chi si sente straniero in quella che considera «casa propria», «di una ragazza che pretende rispetto e fa parte di una generazione, quella dei figli d'immigrati che lottano per avere gli stessi diritti dei loro coetanei perché sono anche loro italiani».
Zhanxing Xu ha 21 anni, ed è una studentessa modello, a tal punto da ricevere un premio dopo la maturità nel 2008. Per la legge, però, non basta per essere italiana.

Sogno una famiglia italiana.

Yolanda Albarado, 30 anni, due lauree, è impiegata presso uno sportello dell'Anolf, l'Associazione della Cisl che si occupa di immigrati. Yolanda è peruviana, ed è approdata in Italia per ricongiungersi alla mamma, che fa la domestica. Si sente peruviana nel sangue, ma anche cittadina italiana. «Il maggiore problema di noi figli di immigrati? Sicuramente quello dell'abbandono scolastico. Un po' perché scoraggiati dal fatto che gli studi spesso non ci consentono di emanciparsi sul piano professionale. E un po' per le difficoltà economiche della famiglia siamo costretti a non prosegue gli studi e ad andare a lavorare», risponde Yolanda.

Senegalese e livornese.

Mohamed Fall ha diciotto anni ed è nato a Cecina da genitori senegalesi arrivati in Italia nel 1989. Frequenta la IVº all'Iti Galileo Galilei di Livorno ed è iscritto alla Croce Rossa. Ama Livorno e il giorno in cui gli sono stati finalmente consegnati i documenti come cittadino italiano ha festeggiato. «Mi sento italiano al 100% e lo ero anche senza documenti. Questo però non significa dimenticare le mie origini. Sono stato spesso in Senegal e la considero una seconda casa, ma il mio futuro è in Italia». Rispetto ai suoi genitori, avendo la possibilità di andare a scuola, ha avuto meno difficoltà nell'inserirsi e farsi degli amici ma è «innegabile che la società italiana sia ancora piena di pregiudizi nei confronti di chi risulta "diverso"». Mohamed tiene a sottolineare che avere due culture nel sangue, «è e sarà sempre un vantaggio».

Perché non posso votare?

«Dopo oltre 10 anni di permanenza mi sento assolutamente italiano: eppure mi viene proibito di votare quando invece penserei di avere già idee chiarissime a riguardo...», si lamenta Kalid Ezzouhri, 24 anni, originario del Marocco, pratese di adozione, arrivato in Italia nel 2001, assieme alla madre e ai due fratelli di 21 e 15 anni per ricongiungersi al padre, operaio, partito dieci anni prima. Diplomatosi come perito elettronico, nel 2009 sperava di coronare il suo sogno entrando come tecnico nelle Ferrovie dello Stato. Strada però sbarratagli dalla mancanza della cittadinanza italiana. «E' un assurdo. Dopo dieci anni ancora non sono considerato cittadino italiano», dice Kalid.

Un cinese sindaco.

Junyi Bai, 30 anni, presidente di Associna di Prato, è figlio di migranti cinesi approdati a Prato negli anni '90. Laureato in giurisprudenza presso l'università di Firenze, lavora attualmente presso uno studio legale. «Da piccolo sono stato offeso per il colore della pelle, però è vero che anche i miei connazionali spesso sono troppo chiusi. Io mi sento sia italiano sia cinese. I genitori mi hanno insegnato la cultura cinese, mentre il mio vissuto è italiano», racconta Bai. «Noi immigrati della seconda generazione ci scontriamo con una società per certi aspetti benevola, ma per altri immatura, diffidente ed impregnata di stereotipi su chi ha un aspetto differente. Una "società matrigna"».
Bai è convinto che «le seconde generazioni possono rappresentare una ricchezza per l'Italia stessa nell'ottica di un mondo sempre più globalizzato». «Fra dieci anni un sindaco cinese a Prato? Sarebbe bellissimo», conclude.

Non voglio fare la badante.

E c'è chi la cittadinanza italiana è riuscita ad ottenerla, due anni. Si tratta di Marwa Karakiri, 20 anni, nata in Italia da genitori marocchini e residente a Capannori. Marwa frequenta il primo anno di giurisprudenza all'università di Pisa e spiega così la differenza tra prima e seconda generazione. «A differenza dei nostri genitori, noi non potremo accontentarci di fare la domestica o la colf. Noi che ci sentiamo italiani vogliamo diventare politici, magistrati, avvocati. Ci battiamo perché ci vengano riconosciute le nostre competenze e professionalità», spiega Marwa. Che aggiunge: «Per noi un problema è la mancanza di sensibilità, presente ancora in tante famiglie, dell'importanza del tema dell'istruzione: per molti questa è ancora oggi il minimo indispensabile per andare a lavorare», conclude la giovane marocchina di Capannori.

Juventus e Marrakech.

Omar Sahi ha 17 anni anni, è nato a Prato ma vive a Pistoia dove frequenta l'ultimo anno all'Iti. I suoi genitori sono arrivati in Italia dal Marocco nel 1988 e hanno altre due figlie, una di otto e l'altra di quattordici anni. Le sue grandi passioni sono viaggiare, ascoltare musica e la Juventus. «Amo l'Italia in tutto e per tutto, ma la verità è che nell'animo mi sento marocchino. Ogni volta che vado a trovare la mia famiglia e i miei amici laggiù, mi sento capito, accolto». Il suo sogno è di poter terminare al più presto gli studi per cominciare a lavorare e costruire il suo futuro. «Mi piacerebbe tornare in Marocco, vivere a Marrakech. Questo però non significa che non mi piaccia l'Italia, anzi, è un paese bellissimo che mi sta dando tante opportunità e che è e sarà sempre casa mia».

Rabeb e Sabrina.

Rabeb Khemais ha 21 anni, vive a Grosseto, ed è nata da genitori tunisini, arrivati in Italia nel 1987. Sogna di avere un lavoro stabile in modo da poter fare presto dei figli. Ciò che ama di più dell'Italia è la libertà, «il mare, però, è più bello in Tunisia». Sabrina, sedici anni, è sua sorella e frequenta l'istituto professionale "Luigi Einaudi". Entrambe si definiscono italo-tunisine, ma si sentono molto fortunate e ringraziano i proprio genitori per aver deciso di trasferirsi in Italia. «Se fossimo nate in Tunisia avremmo avuto molte meno opportunità e poca libertà. In noi vivono entrambe le culture e sono egualmente importanti». Non hanno avuto grosse difficoltà nell'inserirsi, anche se ritengono che la società italiana sia ancora troppo piena di pregiudizi nei confronti degli immigrati.

Scontro tra generazioni.

Infine Matilde Rrukaj, 23 anni, tecnico dei servizi sociali, arrivata in Italia dall'Albania, vive a Pistoia con i genitori (il padre è operaio presso un vivaio) racconta che il problema più grande delle seconde generazioni è quello dell'integrazione, dovuto in molti casi a famiglie «che pensano di crescere i proprio figli ancora nel loro paese d'origine e non in Italia». I padri si sentono stranieri, i figli italiani. Una differenza che incide nel modo di vivere: «I nostri genitori sono più tradizionalisti. Noi ci sentiamo più moderni e a nostro agio nella realtà italiana». 

(Hanno collaborato Ludovica Monarca e Gabriele Firmani) 

Fonte: http://iltirreno.gelocal.it/livorno

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