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Yalla Italia.Straniera in terra natia: il travaglio della cittadinanza

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yalla italiaSono nata in Italia proprio come la mia amica Chiara. Classe 1985, stessi gusti musicali, stessi ideali...ricordo ancora il nostro primo viaggio insieme ancora minorenni con lo zaino in spalla, mille avventure per la testa e la carta d'identità in tasca. Però la mia era diversa. La mia non era valida per l'espatrio, perché io ero un'extracomunitaria in terra natia.

L'emblema della cittadinanza...il primo episodio che mi viene in mente riguarda l'estate dei miei 16 anni. Come tanti ragazzi di quell'età decisi di cercare un piccolo lavoretto estivo. Trovai posto presso un negozio di parrucchiera come aiutante e dopo il primo giorno di prova sembrava fatta. Ero felicissima e pensavo già a come avrei speso il denaro guadagnato.

Le mie fantasticherie però svanirono già il mattino dopo, quando la titolare mi istruì sul mio stato di cittadinanza: in quanto figlia di immigrati, ero in possesso di un permesso di soggiorno rilasciato per motivi familiari; ma per poter lavorare avrei dovuto ottenere un permesso di lavoro.

Quindi avrei dovuto iniziare le pratiche per cambiare il mio stato di soggiorno, addentrandomi nel costoso labirinto della burocrazia italiana (si salvi chi può!). A quell'età e con le motivazioni di una sedicenne che cerca un lavoro estivo, naturalmente preferii rinunciare, aspettando l'arrivo di quei tanto attesi 18 anni per confermare la mia identità. Perché anche se io ero già consapevole di chi fossi, il mio Stato no.

L'impossibilità di lavorare non era l'unico problema però. Anzi, il rinnovo era un problema ben peggiore.

Non conservo ricordi nitidi, ma ho bene impresse le sensazioni provate che ancora oggi mi fanno pensare ad un lungo "travaglio": ogni volta, all'alba eravamo già davanti alla questura di Bologna; ma per quanto presto potessimo svegliarci per essere tra i primi, c'era sempre una mandria di stranieri più furbi di noi che erano già in fila. La tensione poi, era sempre alle stelle. Dovevamo accertarci di avere tutti i documenti, le foto, le fotocopie e i bolli necessari, perché la negligenza ci sarebbe costata almeno un altro giorno perso in mezzo ad una fila senza fine. E un'altra levataccia!

Per fortuna per i minorenni non c'era l'obbligo di presenza e mia mamma mi ha spesso risparmiato il pellegrinaggio alla questura. Ma grazie alla legge Bossi-Fini, anche questo piccolo vantaggio mi venne sottratto e fui obbligata a presentarmi, perché come per una vera serial killer avrebbero dovuto rilevare le mie impronte digitali.

18 anni per me non significavano autonomia e nemmeno patente, ma conferma della mia esistenza in quanto cittadina italiana. In quanto nata e cresciuta in Italia.

A causa della burocrazia e dei suoi ben noti tempi, in realtà ho dovuto comunque rincorrere il mio diritto, che è giunto un anno più tardi, facendomi così perdere la possibilità di esprimere il mio giudizio in merito al referendum del 2003 sull'articolo 18.

La cittadinanza dovrebbe riflettersi nel concetto di cittadinanza attiva e non in quello di cittadinanza anagrafica.

Non mi sento cittadina italiana perché ho compiuto 18 anni, ma perché sono una cellula partecipe all'interno della mia società.

Wanda Mosgfegh - Yalla Italia

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