Sentenze dei Tribunali

 

TRIBUNALE DI PADOVA

 

PADOVA - UN CLAMOROSO "STOP" È STATO IMPOSTO ALL'APPLICAZIONE DELLA LEGGE BOSSI-FINI.

Come era successo nei mesi scorsi ad altri giudici, la nuova legge sull'immigrazione è stata nuovamente dichiarata incostituzionale, e quindi inapplicabile.

Ieri mattina il giudice padovano Sonia Bello non ha giudicato due immigrati clandestini, che erano stati accompagnati davanti a lei per la convalida dell'arresto e il conseguente processo per direttissima, come prevedeva la prassi.

Il reato di ingresso clandestino in Italia prevede, infatti, l'arresto da sei mesi ad un anno, l'immediata scarcerazione dopo il processo e l'espulsione dell'immigrato.

O, in alternativa, l'accompagnamento in un Centro di permanenza temporaneo.
Se verrà nuovamente trovato in Italia scatterà nei suoi confronti un altro provvedimento restrittivo, con una condanna più pesante.

Ieri mattina i due immigrati sono comparsi davanti al giudice Sonia Bello accompagnati dal pm Paolo Luca, che chiedeva la convalida degli arresti per violazione dell'ordine del questore.

E' in questa fase che è stata sollevata la questione di illegittimità costituzionale della norma sancita dall'articolo 14 del Testo unico sull'Immigrazione.

E il giudizio è stato sospeso in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale.

In questo periodo, paradossalmente, i due extracomunitari godranno di una sorta di impunità, nel senso che non potranno essere espulsi, in quanto mancherebbe il nullaosta da parte del giudice Bello, che ha rimesso gli atti processuali alla suprema corte motivando la decisione con il fatto che la normativa è in aperto contrasto con cinque articoli della Costituzione.

Innanzitutto gli articoli 2 e 3, che tutelano l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarità politica, economica e sociale. Ritiene, infatti, che il reato, di mera natura contravvenzionale, vada esclusivamente a colpire lo straniero irregolare, dando vita ad un quadro repressivo che non si concilia con i principi della solidarità.

Verrebbe poi violato l'articolo 13, che tutela la libertà personale, in quanto la normativa non rientrerebbe in quei casi eccezionali di urgenza e necessità che impongono l'arresto in flagranza, ai quali soltanto è subordinata la limitazione della libertà personale dell'individuo.

Il giudice sostiene infine che siano violati anche gli articoli 97 e 111, che riguardano l'organizzazione della pubblica amministrazione e l'ordinamento della magistratura, affermando che l'arresto obbligatorio, con conseguente giudizio per direttissima entro 48 ore, produce conseguenze drammatiche sul regolare funzionamento degli uffici giudiziari.

I giudici, infatti, sarebbero costretti a restare in udienza a ritmo continuo, con conseguente inevitabile rallentamento della trattazione dei processi ordinari.

(4 marzo 2003)


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