SIULP
"Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia"

 

 

Mensile Ufficiale del SIULP Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia

intervista a Oberdan Ciucci sulla rivista "Progetto Sicurezza"

Le problema ti che inerenti al governo dei flussi migratori sono di estrema delicatezza e pongono problemi di natura politica ed economica per una loro corretta, gestione.
L'Italia ben sa cosa significa essere emigrante.
I nostri connazionali all' estero hanno pagato, con grossi sacrifici, la loro integrazione nei paesi di accoglienza ed hanno contribuito materialmente, con le loro rimesse, al risanamento e alla ricostruzione del nostro paese dopo la guerra.
Ad oggi ancora milioni di emigranti hanno la cittadinanza italiana e ogni anno decine di migliaia di italiani vanno a lavorare all'estero (anche a New York risulterebbero in posizione di clandestini circa 60.000 italiani).
Nella coscienza di ogni italiano dovrebbe essere chiaro il segno di rispetto verso ogni migrante che, costretto a lasciare il proprio paese, per più eventi, spera in un percorso d'integrazione nei paesi opulenti.
Detto questo non possiamo far finta che l'Italia e l'Europa possano praticare una politica di "porte aperte",
Ma l'Italia dovrà avere una politica fondata sulla certezza dei flussi di ingresso per lavoro, per studio e accompagnata da una seria politica di accoglienza capace di tracciare un percorso di integrazione e cittadinanza, escludendo ogni forma di discriminazione tra aborigeni e stranieri.
La strada intrapresa non è certamente valida perché la nuova legge Bossi-Fini è fondata sulla differenza di cittadinanza, sulla rigidità del mercato del lavoro, nella negazione al diritto di difesa, nonché nella negazione della solidarietà.
Nella situazione attuale ove il mercato del lavoro è parcellizzato e flessibile, si è fatto largo il concetto di avvio al lavoro dell'immigrato legato al contratto di lavoro.
Concetto che i nostri connazionali in Svizzera hanno subìto ed hanno lottato per cambiare.
Il legame tra lavoratore e imprenditore e/o famiglia porta una sudditanza che può determinare sfruttamento e se non addirittura violenza.
Lo straniero che perde il lavoro ha purtroppo soltanto, dopo sei mesi, la possibilità di nascondersi ed entrare in clandestinità.
La clandestinità e/o l'irregolarità nel nostro Paese si è fatta consistente perché è alimentata dal lavoro nero e dalle organizzazioni malavitose.
Lo Stato, attraverso le autorità di sicurezza preposte, dotate di scarsi mezzi e uomini, non potrà mai affrontare seriamente questo fenomeno se il Governo non stabilisce chiaramente una politica di relazioni con tutti i Paesi che in Italia hanno una quota consistente di emigranti, i quali, con le loro rimesse, contribuiscono al sistema dello sviluppo economico. Sono convinto che questa impostazione politica possa essere un forte deterrente nei conflitti sociali.
Inoltre a mio parere meritano un sentito ringraziamento gli operatori dello Stato che, con pochi mezzi, riescono a tenere testa al crimine organizzato. I dati sulle espulsioni e su l'incriminazione di sfruttatori italiani e stranieri sono eloquenti.
Nonostante questo, dobbiamo sapere che oltre 250.000 persone ogni anno si trovano in Italia in uno stato di irregolarità o clandestinità. La regolarizzazione dei 702.000 cittadini stranieri avvenuta nell' arco di un mese lo dimostra. L'ultima sanatoria fu fatta nel 1998 con i suoi 240.000 regolarizzati.
Nessuno pensava di trovarsi di fronte a simili dati! Per attenuare questa piaga occorre dare la possibilità, nell' ambito della programmazione dei flussi annuali, agli irregolari in possesso di un' offerta di lavoro, di regolarizzarsi. Inoltre è necessario intraprendere una forte azione che impedisca facili ingressi attraverso continui controlli da parte delle nostre Ambasciate e rafforzare l'azione di repressione nei confronti delle organizzazioni malavitose che incentivano gli ingressi.
Tutto questo richiede uomini professionalmente preparati, budget economici consistenti per l'acquisto di mezzi tecnologici funzionanti e all'avanguardia.
La legge Bossi-Fini non prevede risorse adeguate per soddisfare gli impegni contenuti nella normativa. Infatti la nuova istituzione dell'Ufficio Unico della Prefettura, chiamata tra i vari compiti anche a quello di esaminare le domande di regolarizzazione, si è dimostrata carente di personale e mezzi informatici tanto da non poter avviare con celerità le domande pervenute.
Le poche migliaia di domande finora esaminate lo dimostrano!
La cosa più grave è il mancato rispetto dei tempi stabiliti nella legge che garantiva l'emissione del permesso di soggiorno o il diniego.
Questa situazione, inoltre, sta provocando forti danni agli immigrati perché a seguito di licenziamenti, morte del datore di lavoro, o un'opportunità nuova o migliore di impiego, gli addetti allo sportello prefettizio non riescono a dare risposte certe alla soluzione immediata di questi problemi.
Con questo atteggiamento lassista s'impedisce inoltre all'immigrato di poter raggiungere la propria famiglia o assolvere i propri affari nel paese d'origine, relegandolo ad uno stato di privazione e limitandone di fatto l'esercizio legittimo e imprescindibile delle proprie libertà personali.
Sul tema dell'immigrazione vanno evitati facili strumentalizzazioni di intolleranza e di razzismo! La politica dell'immigrazione dovrebbe essere depurata dalle strumentalizzazioni politiche ed elettorali. Ci dovrebbe essere un comune interesse di vera concertazione tra le forze politiche e le parti sociali al fine di trovare soluzioni capaci di eliminare disagi, sfruttamento e criminalità.
Un paese come il nostro, dove la popolazione aborigena invecchia, dove la natalità è bassa, per mantenere la sua ricchezza e il suo sviluppo economico dovrà fare i conti sempre di più con questa presenza di stranieri perché diventi anche una risorsa umana e culturale oltrechè economica.


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